#OccupyLove: per una rivoluzione degli affetti

Written by Brigitte Vasallo. Posted in Per una rivoluzione degli affetti, Polyamor

Imagen: Patricia Moreno Romero http://ellaboratorioazul.blogspot.com.es

Muy impresionada por la traducción al italiano de mi artículo #OccupyLove, por una revolución de los afectos. Os dejo aquí la página completa, tal y como apareció aquí: http://abbattoimuri.wordpress.com/2014/02/13/occupylove-per-una-rivoluzione-degli-affetti/

Brigitte Vasallo è l’autrice di Porno Burka. Un libro eccezionale ovviamente ancora non tradotto in Italia. Brigitte, nel suo esilarante scritto, mette insieme la de-sacralizzazione della speculazione urbanistica e le ibridazioni di genere. Eva, del nostro gruppo TraduzioniMilitanti, ne racconta e conferma la genialità. C’è di più: Brigitte è una esponente di #occupylove, movimento legato al 15M che analizza l’amore e gli affetti come un ‘territorio di lotta’ decostruendo quindi tutti gli stereotipi del caso: eteronormatività, monogamia, maternità/riproduzione/cura. Parla perciò molto di ‘poliamore’ o meglio di reti affettive. E’ di qualche settimana fa un suo articolo sulla decostruzione dell’amore romantico (o, come lo chiama lei, amore disney).

QUI la versione originale che Eva ha tradotto (e mille chilometri di riconoscenza per lei :*). Buona lettura!

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#OccupyLove: per una rivoluzione degli affetti.

L’autrice racconta a proposito de “l’amore Disney” e la monogamia e invita a pensare agli amori da un punto vista inclusivo. di Brigitte Vasallo (Autrice del libro PornoBurka e membro di Colectivo Cautivo)

In un’epoca così intensa di rivendicazioni, resistenze, dissidenze e dibattiti, anche la monogamia si pone sul tavolo della discussione. Anche se sembra un male minore nel momento in cui stiamo affrontando proprio il Male con la maiuscola –il capitalismo selvaggio, la precarizzazione ultima delle vite, la distruzione del pianeta, l’apogeo del fascismo- il sistema monogamo è uno straordinario strumento di controllo sociale che mette in ostaggio la nostra sessualità e i nostri affetti e determina il modo in cui costruiamo i nuovi mondi a cui aspiriamo. E li costruiamo infettati proprio dal germe delle strutture che vogliamo costruire. Alla base di questo sequestro (perché siamo ostaggi) si trova un ideale romantico che abbiamo naturalizzato completamente. Bombardate dalla nascita proprio attraverso le favole infantili, da tutti i film, da tutta la musica, da tutta la letteratura che non ha saputo mettere in discussione quel modello, ma che si è limitato semplicemente a raccontarne le conseguenze, tutta la nostra produzione culturale è impregnata di monogamia, di patriarcato e di eteronormatività. L’amore e il disamore, che sono la stessa cosa, alla fine. La trama ultraconosciuta del ragazz* incontra ragazz*, colpo di fulmine, arrivo di un terzo membro in discordia, sempre in discordia, e ‘sceneggiata napoletana’ in arrivo. Finiamo per ritenere naturale che il “dramma” (passionale) sia l’unica via di uscita, l’unica risposta, l’unico modo di vivere l’amore.

Gli “amori Disney”

Patricia Moreno Romero http://ellaboratorioazul.blogspot.com.es

Ma questo amore è una costruzione totalmente interessata. Permettetemi di rifiutare il termine “amore romantico” e di sostituirlo con “amori Disney”. Introdurre la parola romantico ci porta direttamente a scene di cene con candeline e weekend di buone scopate di fronte alla stufa. E nei nostri mondi nuovi tutte vogliamo candeline e buone scopate. Tranquille: il veleno non è là, ma nel passo seguente, nella trasformazione di questo in un “amore Disney”.

L’amore Disney è un amore eterno, unico ed esclusivo. Una storia da favola che, però, non ci fa immuni all’amore. Ciò che dovrebbe essere una buona notizia, perché un mondo di persone immuni all’amore sarebbe un inferno peggiore di quel che viviamo, è una cattiva notizia poiché entra in contradizione con ciò che abbiamo imparato a chiamare amore. Nella vita reale ci innamoriamo, amiamo e continuiamo ad innamorarci di altre persone anche se non lo vogliamo, continuiamo a sentire la frustata della passione, dei desideri, della curiosità, continuiamo a incrociare persone, esseri, che ci commuovono. Ed è qui che siamo ostaggi. Dove ci neghiamo, ci vietiamo di sentire. O vietiamo agli altri di farlo. Se un sistema del genere non è esploso da solo è perché, da buona pentola a pressione, ha delle valvole di fuga. Ne esistono due principali: la bugia (o le mezze verità) e il de-vincolarsi. L’adulterio da manuale, supportato da diversi modi, ci aiuta a vivere, senza dubbio, ma non fa che alimentare il sistema, impedendoci di affrontarlo. Del de-vincolarsi parliamo meno, ma è altamente nocivo, giacché risponde alle nostre pulsioni e passioni, negandoci il vincolo, facendo delle persone con cui ci rapportiamo dei semplici oggetti di soddisfazione. L’usa e getta. E’ il capitalismo selvaggio degli affetti. L’amore libero, che nacque come resistenza all’istituzione del matrimonio, si è andato man mano depoliticizzando fino a diventare una semina emozionale di cadaveri che ha più a che vedere con una libertà neoliberale che con l’amore. Come immaginare l’amare fuori da questo sistema di controllo che ci rende tutt* ostaggi? Forse dovremmo cominciare a definire lo stesso amore. E’ la prima domanda che faccio nei workshop #Occupy­Love, e le risposte sono sempre simili: l’amore è felicità, pienezza, generosità, complicità, buon sesso, affetto, comprensione, cure. Se l’amore è tutto questo siamo a un passo dal far fuori il sistema monogamo. Perché niente di tutto questo porta necessariamente alla monogamia. Nessuna di queste qualità includono la esclusività, la rabbia, il dolore, il sospetto, l’insicurezza, il controllo o la possessività. L’amore è completezza… il dolore e tutto il resto arrivano di fronte alla paura di perdere questa pienezza. Di fronte alla minaccia. Nel sistema di pensiero monogamo, gli amori si escludono gli uni dagli altri. In più, si gerarchizzano gli affetti, in modo che l’unico amore e i suoi derivati ‘naturali’ (la coppia, la famiglia) abbiano uno status superiore agli altri affetti, come l’amicizia. E nella cuspide di questa gerarchia c’è solo un unico posto. SE smontiamo la gerarchia e proponiamo uno schema orizzontale, dove gli affetti non si gerarchizzino e gli amori non si sostituiscano, la minaccia sparisce. 

Reti vs monopoli

Pensare l’amore, gli amori, inseriti in uno schema di reti affettive, reti che aspirino a quel rizoma deleuziano che proponeva di sostituire gli alberi (genealogici?) per gli infiniti campi di patate, cambia tutta l’impostazione delle nostre vite. Pensare gli amori da un punto di vista inclusivo ci porta a pensare il mondo da un punto di vista inclusivo. La differenza dal punto di vista inclusivo che parli di convivenza, di somma e non di sottrazione, di cooperazione. In uno schema così, non ci sono gerarchie: i nuclei affettivi cambiano e variano di intensità, di frequenza, di potenza, ma sono tutti interconnessi, tutti si alimentano tra di loro. Nelle reti, gli amori non sono buttati via né sostituiti, bensì si trasformano, si spostano di luogo o di configurazione come cambia la stessa vita, ma continuano a essere parte dell’insieme, di ciò che siamo. Le persone, gli amori, reali o potenziali, delle persone che amiamo, non sono minacce, perchè dovrebbero esserlo se altr* non sono chiamat* a sostituirci? L’amore, pensato così, si costruisce passo a passo. L’amore non è un lampo che ti attraversa da parte a parte, non è la saetta di cupido. Quella è l’attrazione. Un’attrazione può trasformarsi in infiniti modelli di rapporto. E questo ti libera dall’obbligo o dal bisogno di essere ‘la migliore’. Non c’è battaglia, non c’è competizione. Non c’è guerra. Se siamo capaci di creare questa proposta dalla nostra parte più fragile, che sono gli affetti, trasferirla a tutti gli altri aspetti della nostra vita non dovrebbe esser complicato.

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Video: PornoBurka en Murcia

Written by Brigitte Vasallo. Posted in PornoBurka, Video de presentación en Murcia

Así fue la inteeeennnnsa presentación de PornoBurka dentro de las I Jornadas Transfeministas de Murcia, organizadas por Colectivo D.Genera y Colectivo Apnea y acompañada por Patricia Moreno.
Salió de todo: el Somorrostro y el Carmel, la últimísima especulación en el Turó de la Rovira, Femen y la islamofobia, el buenrollismo desactivador, la vejez como exclusión y el asesinato de Juan Andrés Benítez. Porque nos negamos a ser daños colaterales de un progreso que nunca ha sido el nuestro.

 

 

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#OccupyLove, por una revolución de los afectos

Written by Brigitte Vasallo. Posted in Por una revolución de los afectos

CC Patricia Moreno Romero http://ellaboratorioazul.blogspot.com.es

Artículo publicado originalmente en el nº 215 Periódico Diagonal y en su web el 05/02/2014. Fue el artículo más leído en web al día siguiente. Incluyo aquí la versión íntegra, sin los cortes, por otro lado, mínimos, de edición

 

#OccupyLove: por una revolución de los afectos

En una época especialmente intensa en reivindicaciones, resistencias, disidencias y debates, cuando tenemos el culo pelado de hacer asambleas, ocupar calles y plazas, plantar cara a las estructuras, reformularnos, y repensarnos, también la monogamia está llegando al centro del debate. La ponemos sobre la mesa y, al instante mismo de ponerla, saltan todas las alarmas. La monogamia parece un mal menor cuando nos estamos enfrentando al mismísimo Mal en mayúsculas, al capitalismo salvaje, a la precarización última de las vidas, a la destrucción del planeta mismo, al auge del fascismo, el regreso de las muestras explícitas de xenofobia, de homofobia, de transfobia, del patriarcado más brutal y sangriento. Sin embargo la monogamia o, mejor, el sistema monógamo, es una extraordinaria herramienta de control social que secuestra nuestra sexualidad y nuestros afectos y determina la manera en que construimos esos nuevos mundos a los que aspiramos. Y los construimos infectados con el gérmen mismo de las estructuras que queremos combatir.
El debate sobre la monogamia es incómodo, tal vez, porque afecta directamente a nuestros gestos cotidianos, a nuestras líneas de flotación, a esa “zona de seguridad” en la que entramos cuando volvemos de las revoluciones. Afecta al descanso de la guerrera. Y pone en juego el amor, algo tan desestabilizador y al mismo tiempo tan poco valorado por las grandes epopeyas donde es, si acaso, un premio de consolación. Las gestas heróicas se hacen en los espacios públicos: también es allí donde se ganan las medallas y las posteridades. En los espacios privados suceden las cosas pequeñas y discretas, que nunca pasaron a la historia. Y, sin embargo, tal vez la revolución, para serlo, deba asentarse precisamente ahí.
El secuestro de los afectos y la sexualidad se construye a partir de un ideal romántico que tenemos totalmente naturalizado. Bombardeadas desde el nacimiento mismo a través de todos los cuentos infantiles, de todas las películas, de toda la música, de toda la literatura que no ha sabido poner en duda el modelo sino que se ha dedicado simplemente a narrar sus consecuencias: toda nuestra producción cultural está impreganda de monogamia, de patriarcado y de heteronormatividad. El amor y el desamor, que son lo mismo, al fin. La trama ultrasabida de chico encuentra a chica, flechazo, aparición de un tercer elemento en discordia, siempre en discordia, y dramón al canto. Y vamos naturalizando que el dramón es la única salida, la única respuesta, la única manera de vivir el amor.
Pero ese amor es una construcción totalmente interesada. Permitidme que rechace el término “amor romántico” y lo sustituya por “amores disney”. Introducir la palabra romántico nos lleva directamente a las imágenes de cenas con velitas y fines de semana revolcándonos frente a la estufa. Y en nuestros mundo nuevos, todas queremos velitas y revolcones. Tranquilas: el veneno no está ahí, sino en el siguiente paso, la transformación de eso en un “amor disney”.

 

Los amores disney
El amor disney es un amor eterno, único y exclusivo. Es el amor, mal que nos pese, del príncipe y la princesa, esa narración tramposa que acaba justo cuando empiezan los marrones: al llegar al palacio y ponerse a convivir. Caemos como moscas en la trampa y cuando recogemos los puentes levadizos para ponernos a vivir esa gran historia que nos han prometido nos encontramos con que el cuento no funciona. Y no sólo porque la vida es más larga que una peli de Hollywood sino porque, ¡maldición!, el amor no nos hace inmunes al amor. Y eso debería ser una buena noticia, porque un mundo de personas inmunes al amor aún sería un infierno peor que el que vivimos. Y sin embargo es una mala noticia porque entra en contradicción con eso que hemos aprendido a llamar amor. Nos enamoramos, amamos, y seguimos enamorándonos a nuestro pesar de otras personas, seguimos sintiendo el latigazo de la pasión, de los deseos,de la curiosidad, seguimos cruzándonos con seres que nos conmueven (conmover, ¡qué gran palabra!). Y es ahí donde somos secuestradas. Donde nos negamos, nos prohibimos sentir. O prohibimos a las demás que lo hagan.
Si un sistema semejante no ha explosionado por sí mismo es porque, como buena olla a presión, tiene válvulas de escape. Hay dos principales: la mentira (o las verdades a medias) y la desvinculación. La mentira, las verdades a medias, la conocemos: es la sempiterna infidelidad, sobrellevada de muy diversas maneras. Este apaño nos ayuda a vivir, sin duda, pero no hace más que alimentar el sistema, impidiéndonos plantarle cara. Mucho más nociva es la desvinculación: atender a nuestras pulsiones y pasiones negándonos el vínculo, convirtiendo a los seres con los que nos relacionamos en meros objetos de satisfacción. El usar y tirar. Es el capitalismo salvaje de los afectos. El amor libre, que nació como resistencia a la institución del matrimonio, se ha ido despolitizando para convertirse en una siembra de cadáveres emocional que tiene más que ver con una libertad neoliberal que con el amor. Con los amores.
¿Cómo imaginar el amar, fuera de este sistema de secuestro? Tal vez deberíamos empezar por definir el amor mismo. Es la primera pregunta que hago en los talleres #OccupyLove y las respuestas siempre son semejantes: el amor es felicidad, es plenitud, es generosidad, es complicidad, es buen sexo, es cariño, es comprensión, es cuidados. Si el amor es todo eso, estamos a un paso de cargarnos el sistema monógamo. Porque nada de eso lleva necesariamente a la monogamia. Ninguna de esas cualidades incluyen la exclusividad, la rabia, el dolor, la sospecha, la inseguridad, el control o la posesión. El amor es plenitud… el dolor y todo lo demás llega ante el temor de perder esa plenitud. Ante la amenaza.
La amenaza sí que es inherente a la monogamia, pues va de la mano de la exclusividad. En el sistema de pensamiento monógamo, los amores se excluyen los unos a los otros. Se sustituyen. Además, se jerarquizan los afectos, de manera que el amor único y sus derivados “naturales” (la pareja, la familia) tienen un estatus superior a otros afectos, como son la amistad. Y en la cúspide de esa jerarquía solo hay un único espacio. Si desmontamos la jerarquía y proponemos un esquema horizontal, donde los afectos no se jerarquicen y los amores no se sustituyan, la amenaza desaparece.

 

Redes frente a monopolios
Pensar el amor, los amores, desde un esquema de redes afectivas, unas redes que aspiren a ese rizoma deleuziano que proponía sustituir los árboles (¿genealógicos?) por los infinitos campos de patatas, cambia todo el planteamiento de nuestras vidas. Pensar los amores desde lo inclusivo nos lleva a pensar el mundo desde lo inclusivo. La diferencia desde lo inclusivo. Desde la convivencia. Desde la suma y no la resta. Desde la cooperación.
Amores en red. Políticas en red. Subversiones en red.
En un esquema así, no hay jerarquías: los núcleos afectivos cambian y varían de intensidad, de frecuencia, de potencia, pero todos están interconectados, todos se alimentan entre ellos. En las redes, los amores no son desechados ni sustituidos, sino que se transforman, cambian de lugar o de configuración como cambia la vida misma, pero siguen formando parte del conjunto, de lo que somos. Las personas, los amores de nuestras amadas, reales o potenciales, no son amenazas, ¿por qué habrían de serlo si no son llamadas a sustituirnos?
El amor, pensado así, se construye a cada paso. El amor no es el rayo que te parte, no es la flecha de cupido. Eso es la atracción. Una atracción que se puede convertir en infinitas maneras de relación. Y que descarga de la obligatoriedad y de la necesidad de ser “la mejor”. No hay contienda, no hay competición. No hay guerra.
Si somos capaces de crear esta propuesta desde nuestra parte más frágil, que son los afectos, trasladadarla a todos los demás aspectos de nuestra vida no debería ser tan complicado.
Parece una propuesta irreal, pero no lo es. Es tan real como lo fue cuestionarnos el género binario, salir del esquema dual y empezar a transitar otras formas de identidad en las que muchas, para nuestra sorpresa, nos hemos ido encontrando, descubriendo, deconstruyendo para descubrir lugares nuevos desde los que ser y estar. Es tan real como pararse un momento a pensar y volver a mirar de frente a nuestros afectos y a nuestros amores.

Link en Diagonal: http://www.diagonalperiodico.net/cuerpo/21548-occupylove-por-revolucion-afectos.html

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InfoLibre: PornoBurka y las identidades falseadas

Written by Brigitte Vasallo. Posted in General, InfoLibre

Reseña publicada por Mohamed el Morabet en InfoLibre

PornoBurka

“Cuando la modernidad lleva la marca del Otro, no es de extrañar que algunas personas enarbolen los símbolos del arcaísmo para afirmar su diferencia” escribió Amin Maalouf en su obra Identidades Asesinas.

Brigitte Vassallo parte, en su novela PornoBurka, con el ejercicio de situar la perenne discusión de lo propio y lo ajeno en el centro del hilo argumental de la trama, más cuando aparece un burka por las calles en el barrio barcelonés del Raval. Esta semana la novela, publicada por Ediciones Cautivas, se muda a Madrid, a Lavapiés, un barrio que comparte muchas similitudes con el Raval, para ser presentada el sábado 14 de diciembre a las 19:00 en el Ateneo de Madrid.

“A primera vista, la operación de lavado fue un éxito rápido: los restos del Chino descrito por Genet desaparecieron. Los escaparates con anuncios de gomas y lavajes de Arc del Teatre echaron el candado (uno es hoy una librería islámica). Pero, como en los barrios del París de Baudelaire, la vida volvió por sus fueros, y la plebe, venida de las cinco o cincuenta partes del mundo, se adueñó poco a poco del espacio aseado e impuso su ley: la de la fuerza que brota de las entrañas de la vida en creación y movimiento” escribe Juan Goytisolo en el prólogo que abre PornoBurka titulado Del Chino al Raval. (Se puede leer el prólogo entero aquí).

Los protagonistas emprenden la odisea de la búsqueda de un “yo”, a veces confuso y otras estático, en medio de un barrio agitado por la transformación urbanística y la nueva imagen dosificada con las vivencias de los vecinos que se salen del canon habitual. Maalouf pone de relieve uno de los rasgos humanos más sorprendentes: “La capacidad para matar a sus semejantes”. Vasallo encarna en PornoBurka unas matanzas metafóricas, centrándolas en el sexo. A través del sexo, Lo (protagonista principal) se confabula en contra de sus varios alter egos: Concepción, Conchita y Cookie. Su padre, el gallego Jacinto, aferrado a su recuerdo nostálgico de su bar, El Pontevedra, reconvertido en frutería. El frutero pakistaní Lahore que se comunica mejor con el traductor del IPhone que con su obsesionado admirador Jordi (@Jor-dee). El manchego, que renace como argentino en el Raval, para ganar más estatus social. Un detective sumido en la rutina profesional. Un camello de esos que tienen mucha sed de justicia, y a lo mejor por ello, se llama Rachid (justo en árabe). Los emparejados gais, Pack y Jordi, revelándose en contra de todo signo de uniformidad, empezando por la ley del matrimonio gay.

Y, en medio de este ajetreado desaguisado vecinal, aparece un burka azul que hace saltar todas las alertas para instalar un debate visto desde ojos ajenos, que de por sí no necesita catalizador. Identidades falseadas deambulando tras un burka trucado por el Raval, un barrio que “sigue amaneciendo como cuando se llamaba Barrio Chino: meado y con resaca” escribe Vasallo. Nadie se pregunta qué hay debajo de esa tela, un hombre, una mujer o un robot quizás. Para qué hacerse la pregunta más elemental, si el debate está servido: Choque de culturas, modos de vida diferentes, idiomas raros, esa etnia sí, esa tribu no….Conversaciones sobre la libertad, su precio, su desarrollo y su culminación. Una larga carrera sin punto de partida.

¡Me cago en la dignidad! Así empieza Brigitte Vasallo su obra literaria para dar comienzo a una lectura viva, rítmica, inquietante y con mucho sentido del humor.

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La música árabe… ¿existe?

Conferencia en Casa Árabe

Sons de l’islam: la mesquita